lunedì 28 settembre 2020

guardo il mio riflesso. la mattina. i cieli si stanno scurendo. le ore di luce calano. i colori stanno cambiando. una cosa. non cambia. mai. guardo il mio riflesso. con lo sguardo così affilato. che magari prima o poi si spezzerà il vetro. ho freddo. mentre mi osservo. un brivido dalla schiena ai piedi. magari si rompe lo specchio. chiudo gli occhi. mille frammenti sulla pelle. come un'esplosione. non voglio più vedermi. le schegge tagliano. inspiro. sono mesi che mi manca. mi manca la lama sulla pelle. vorrei disegnarmi sopra la fantasia di un tessuto damascato. il rosso che scivola. nell'eleganza. invece solo tagli dritti. netti. vorrei tagliarmi via. un fiore reciso. sull'asfalto nella pioggia. sempre più sporco. e poco alla volta marcescente. scomparire. guardo le nuvole. in tramonti dai colori chimici. almeno alla fine c'erano dei bellissimi cieli autunnali. otto anni tra poco. come passa il tempo. come cambiano mille cose. non cambia. come. guardo il mio riflesso. la mattina. in penombra. dormo male. ho mal di schiena. sono stanca. soprattutto di me stessa. vorrei  vedere quello che vedi tu di me. invece mi viene solo da vomitare al pensiero. eppure mi fisso. punto gli occhi in ogni riflesso. su ogni superficie possibile. come se avessi paura di dimenticarmi. quello che vedo io. chi vedo. come mi percepisco. i miei sogni si confondono con la realtà. non sono mai sicura di niente. la mia memoria vacilla. eppure. ancora. anche oggi. guardo il mio riflesso. la mattina. caccio dentro tutto quanto di orribile mi sta per uscire. dagli occhi. dalla gola. dalle orecchie. dal naso. sigillo tutto a marcire. sorrido. vorrei dimenticare me stessa. ricordo tutto. ma non so dove è il confine. tra me stessa e il mondo. disegno fuori dalle tele. scenari improbabili. ricordami. cosa è vero. ricordami che che posso distogliere lo sguardo dallo specchio. camminare. andare avanti. almeno alla fine c'erano dei bellissimi cieli autunnali. stringi la mia mano. ce la faremo. ad andare avanti. ce la si fa sempre. purtroppo. o per fortuna.

lunedì 8 giugno 2020

voglio dolcezza. voglio scioglermi nei raggi solari. voglio il tepore che diventa scottante. e invece piove. da una settimana. sento i brividi corrermi lungo le ossa. uno scheletro elettrificato. puoi vedere le scintille nei miei occhi. puoi sentire crepitii sulla mia pelle. se ti avvicini abbastanza. puoi vedere la pelle d'oca attraversarmi il corpo. ad ondate. ancora una volta. la storia si ripete. ancora una volta non ho nulla in mano. se non un secchio. pieno. terrore nero. e me lo verso sui piedi. nel mentre non ho più forze di tenerlo tra le mani. cerco di versarlo atterra. ma denso. bituminoso. come petrolio sulle piume dei cormorani. mi schizza sui piedi. sulle gambe. e lentamente. come agitato di vita sua. spaventato da se stesso. il terrore. nero. oleoso. soffocante. inizia a risalirmi le gambe. le lacrime non sono più utili. però dagli occhi ho una cascata. ad alta pressione. ho incubato così tanto in questi ultimi mesi. nell'ultimo anno. ho incubato così tanto. e l'ho lasciato là. sepolto. dentro le mie ossa. perchè pensavo che una prigione solida avrebbe sigillato certi mostri. ma ora vibra tutto. il mio corpo. uno scheletro elettrificato. tutto vuole uscire. vomito sangue che si mischia al terrore. non guardarmi. sono uno spettacolo pietoso. abbi pietà di me. non sostare con i tuoi occhi su questo teatro del dolore. coprimi con un telo funebre. coprimi con una coperta abbandonata da un barbone. bevi alla mia ennesima dipartita. guarda le stelle. quando avrò assorbito tutto il terrore nero. dai pori della pelle. dalla bocca aperta per vomitare. dagli occhi controcorrente lungo le cascate di lacrime. mi dimenerò un pò. come un pesce appena issato con una canna da pesca all'asciutto. non scostare il telo. aspetta. che io mi fermi. una volta assorbito ogni cosa. mi alzerò da sola. tornerò ancora una volta. con i tuoni negli occhi. più marcia di prima. più stanca di prima. ma andremo a bere come sempre. e a tutto questo ci penserò domani. a come affrontare il terrore più nero. ci penserò domani. lascialo marcire un'altra notte. dentro di me. lascialo marcire un'altra notte assieme alle mie carni. tanto non muoio mai.

mercoledì 20 maggio 2020

cammino verso lavoro. la mattina. il cielo velato di nuvole di pizzo. raggi di sole come coni alieni luminosi. si protendono verso la terra. ma non ci arrivano. la luce da arancione quando esco di casa vira verso il giallo. bianco. la giornata sta iniziando per tutti. ormai le strade si stanno ripopolando. della quarantena. della prigionia. ci sono ormai solo gli ultimi strascichi. le cose stanno cambiando ancora. mi manca il respiro. dovrò adattarmi ancora. dovrò cambiare ancora. inifinite volte. non passa mai la stessa acqua sotto i ponti. ma io non sono un fiume. sono come un ,mare . un groviglio di onde. che cerca di toccar terra. e ogni sengola volta viene respinto indietro. costretto a cambiare forma. infinite volte. senza mai approddare. osservo la torre della tv dal portico del bar. in mano ho una tazzina di ceramica come non succedeva da due mesi. tutto era chiuso sigillato. sembrava il mondo non fosse più popolato. che fossimo rimasti in pochissimi. come dopo un'apocalisse. respiravo più facilmente per certi versi. avevo iniziato tanti progetti. che poi si sono arenati poco alla volta. con la riapertura di tutto. o forse sto mentendo. è successo prima. semplicemente. per l'ennesima volta l'impegno richiesto per fare tutto era troppo. le mie energie troppo poche. il tempo ha iniziato a scarseggiare con il ritorno al tempo pieno a lavoro. mi sono resa conto di quanto questa attività. che comunque amo. mi porti via tantissimo tempo. muovermi nella direzione che voglio. è come essere un salmone che sta nuotando contro corrente. ho le lacrime che salgono agli occhi. cancelli perlescenti. di un mondo di lacrime. sangue. sudore. non voglio scegliere. io voglio tutto. tutto o niente. lotterò per il tutto. finirò per ammazzarmi per il niente. forse il problema. non è nemmeno che non so vivere in altro modo. non voglio vivere in altro modo. mi sono intestardita su una strada che mi lascerà il cuore in pezzi e mi metterà. finalmente. in una bara. fino ad allora. risalgo il fiume. magari stringerò in mano. almeno. una scintilla. del tutto a cui aspiro.

giovedì 16 aprile 2020

odio. sentirmi vulnerabile. odio. quando il dolore si fa talmente forte. che vorrei solo avere qualcuno che si prendesse cura di me. lo odio. perchè chiunque ami me abbastanza. da aiutarmi. finisce per disgustarmi. essere sinceri non paga. quante volte. mi sono aperta. segno di una lama che penetra oltre la pelle. recidendo tessuto muscolare.con le dita. lentamente trovare dove il taglio è più profondo. infilarle. sollevare. aprire la cassa toracica all'aria. mentre il dolore diventa l'unica cosa che vedo.rosso. fermami.non vuoi vedere cosa c'è dentro di me. sono un vaso di pandora. che si sgretola all'apertura. una sventura che si abbatte su se stessa. questo dolore mi blocca. per questo non voglio mostrartelo. per questo vorrei risolverlo. sotto terra. in una bara. o semplicemente di nascosto. mi vergogno del sangue che sgrondo. perchè alla luce, all'aria diventa rancido all'istante. consumandomi le carni. amplificando ogni dolore. facendomi ridere amaramente. di come mi sento evoluta. cambiata. mentre corro lungo spirali elittiche. verso l'alto. verso la luce. i miei piedi non percorrono mai lo stesso esatto suolo. mi allontano sempre di più dal centro di quello che ero. o che era la vita. corro lontano. pensando di salvarmi. ma la traiettoria è sempre la stessa. conosco vagamente in anticipo come girerà. sebbene ad ogni giro le distanze si dilatano. sempre più. sempre più distante. so verso dove girerò. ancora una volta. per sempre lo stesso percorso. in cui l'unica cosa che cambia davvero sono io. ma alla fine dentro di me. il sangue è sempre lo stesso. quello rancido che voglio nasconderti. non cercare di aiutarmi. sono forte. anche quando a terra a piangere ti sembro la persona più debole del mondo. non dare forza alla mia parte vulnerabile. la debolezza è violenta. non darmi corda. perchè non la userei per salire su un altro piano. se mi dai corda. potrei impiccarmici.

lunedì 13 aprile 2020

la luna della lepre era enorme nel cielo. cinque e mezza di mattina. il tempo scorre diversamente quando si è imprigionati. una prigionia d'orata. con. quasi. tutti i comfort. mentre guardo la primavera fiorire. mentre attorno alla mia testa sbocciano voragini nere. come rose mi incoronano. una corona nera attorno ai miei occhi verdi. ho fame. di dolcezza. ho fame. di calore. sono pronta ad assorbire ogni granello luminoso che mi vortica attorno. ogni cosa distrutta. scomparsa nei buchi neri attorno a me. non riesco a toccare niente. perché prima vengono loro. voragini fameliche. distruggono ogni cosa. mentre io osservo. senza muovere un dito. muovermi accelererebbe solo tutto. una distruzione più veloce. più violenta. ho gli occhi iniettati di sangue. sullo sfondo dell'alba il mio contorno nero. nella frescura del mattino. nelle rosee luci che baciano i campi. mentre la luna ancora enorme si affaccia nel cielo. color arancio. vorrei scomparire come rugiada investita dai raggi tiepidi. ma oltre la mia corona c'è solo freddo. non posso toccare niente. pena la distruzione di tutto. sono così stanca delle macerie. la polvere. la muffa. maledetto è il mio sorriso. oscuri i miei pensieri. le mie mani astrali portali di distruzione. eppure cerco il riparo. al caldo dei raggi dell'alba. che intiepidiscono le campagne. non mi toccare. ma abbracciami. non mi pensare. ma amami. non baciarmi. ma confortami. è impossibile. ma non lasciare che io distrugga tutto. di nuovo.